lunedì 16 settembre 2013

"...L'ULTIMO CANESTRO DI MAURO"



Il diploma prima di volare in cielo
L'ultimo canestro di Mauro

A vent'anni la morte si inganna lanciandosi con il parapendio, nuotando in piscina, strappando alla malattia, dal letto d'ospedale, il diploma di maturità. Mauro Nespoli, ragazzo di Valtesse, è morto il 22 agosto scorso, pochi giorni prima di compiere vent'anni. Ma prima è riuscito a realizzare il sogno di diventare odontotecnico. Oggi, per ricordarlo, con la serenità in mezzo alle lacrime che a tratti accompagna i grandi dolori, ne raccontano la storia i genitori, Angelo e Cinzia e il gemello Diego. Tra le mani tengono la sua maglia del Gorle e i palloni da basket, la grande passione di Mauro. «Era un ragazzo semplice - racconta la mamma - tutto amici e basket: ha giocato prima nell'Excelsior e poi nel Gorle, squadra umanamente eccezionale. Quando si è ammalato l'han fatto capitano, andava lui a ritirare le coppe delle vittorie».

Una bella foto, infatti, ritrae Mauro mentre solleva la coppa del torneo Paolo Belli. A tredici anni gli avevano scoperto un primo tumore e a lungo aveva dovuto sottoporsi a controlli. Dichiarato guarito a sedici anni, ha avuto un anno di respiro. Poi una gamba comincia a cedere, gli oggetti a sfuggire di mano. Una risonanza mostra un diverso tumore, rarissimo, al cervello. Mauro aveva ascoltato la diagnosi in silenzio. Poi aveva guardato sua madre ed era svenuto. «Ha pianto - racconta il papà - ma poi si è ripreso e ha giocato la partita fino in fondo. E noi l'abbiamo aiutato, lasciandogli fare le cose che amava anche quando sembravano pazzie». Dopo la prima operazione nell'aprile del 2011 riprende a studiare e durante l'estate, nonostante le cure pesanti, torna in oratorio a far l'animatore. «I bambini lo adoravano, raccontava ai piccoli che un folletto gli aveva rubato i capelli». Con tutti si mostra forte, risoluto. Si confida solo con don Leonardo Zenoni, già curato a Valtesse.

Ma la malattia peggiora, le gambe cedono, a tratti diventa cieco. «Una sera d'estate è caduto mentre tornava dall'oratorio - racconta il padre -. Erano le dieci e mezza, sono saltato in auto in pigiama, casa nostra in linea d'aria è a mezzo chilometro. Intanto parlavamo al cellulare: sei da solo? Si sono da solo! Non passa nessuno? Passano ma non si fermano, aiutami! Mentre arrivavo ho visto con i miei occhi una famiglia di quattro persone, genitori e due bambini in bicicletta che gli sono passati accanto senza fermarsi. Un ragazzo a terra, che piange...mi ha trafitto il cuore...».

La scuola è l'ultimo scampolo di normalità in un incubo di sei chemio, due autotrapianti di staminali, una radioterapia e due cicli di chemio ad alte dosi. «All'Istituto Tumori di Milano abbiamo scoperto il mondo parallelo delle famiglie come noi che devono vivere solo nel presente, godendo ogni briciola, ogni sorriso dei propri figli». Come quando capitan Zanetti si ferma a chiacchierare con Mauro (dopo il basket, l'Inter) a bordocampo Il presente sono anche le vacanze al mare, il volo in parapendio per festeggiare i 18 anni, la gita di classe della maturità, grazie all'assistenza di un insegnante di ginnastica che mette la gioia di un ragazzo davanti alla responsabilità che spaventa i suoi colleghi. Ci sta il viaggio a Roma per conoscere il papa, che è ancora Ratzinger. Mauro è già in carrozzella, ma si alza in piedi e i volontari in lo sostengono, lo trascinano su per quei gradini che il papa non riesce a scendere. Uno sguardo, un abbraccio. «Mauro desiderava tanto quel viaggio. Dopo era appagato, sereno» ricorda emozionata la mamma.

Le parole non rendono la fatica e la sofferenza fisica dalle quali sono state tirate fuori queste imprese. «In mezzo al dolore ha continuato a studiare, abbiamo vissuto per mesi a fotocopie; l'hanno rivoluto nell'azienda dove aveva già fatto uno stage, insegnandogli un Cad speciale perché potesse lavorare». Le parole non rendono l'animo di un genitore: «Sapevamo che il vecchio Mauro non c'era più, ci accontentavamo del nuovo, purché restasse. Guardava i compagni per strada e mi diceva, mamma quanto mi manca camminare e correre, prendere il pullman,...» Quando il peggio sembra passato, ecco la recidiva. Si tenta un nuovo intervento, Mauro è consapevole dell'esito incerto. Ma la fame di vita è più forte. «Tre giorni prima dell'intervento - ricorda il papà - Mauro mi ha chiesto di andare a Lourdes. Non poteva più volare. Ho preso il camper, siamo andati». É maggio. A letto, come può , studia per fare l'esame di maturità come gli altri. Dal letto detta al professore la sua prova, non essendo più in grado di scrivere. Dal letto risponde alle domande. E quando gli hanno detto il voto, buono, «gli occhi gli si sono allargati, incredulo di avercela fatta» dice il papà e la voce gli si rompe al ricordo di quel sorriso. «È difficile lasciare andare un figlio». Gli ultimi giorni sono di abbracci e morfina, amici accampati in corridoio e musica dei Pink Floyd. Wish you were here. Il gemello Diego accenna l'accordo sulla chitarra. «Delle cose che contano abbiamo parlato gli ultimi sei mesi - mormora - E ci siamo ritrovati». In modo meno drammatico del fratello, ma ugualmente in fretta, anche lui ha dovuto crescere. Il tiro con l'arco l'ha aiutato. Adesso, se in gara vincerà, sentirà la mano del fratello sulla sua. Avranno fatto centro insieme.


Susanna Pesenti